Etimologicamente il termine genitore indica “colui che genera, che procrea, che da la vita”, ma questa definizione non è mai stata sufficiente a descrivere la relazione genitori-figli. Cosa si intende oggi per genitori? Non di certo colui che procrea, e allora necessitiamo di un altro termine, di una parola nuova per descrivere la complessa relazione tra un adulto, o una coppia di adulti, e un altro essere vivente (sia procreato che non) che, per scelta, si è deciso di amare, accudire, educare, sostenere nella crescita e accompagnare durante le fasi delle sue/nostre trasformazioni.
È sulla base delle proprie esperienze, della propria storia familiare, della relazione di coppia, della propria condizione esistenziale che gli esseri umani mettono in scena un modo (tra infiniti) di essere genitori. La venuta di un figlio catapulta l’adulto nel ruolo di “genitore”, ma tale relazione, benché il senso comune paia dire il contrario, non risulta essere una dote innata e geneticamente tramandata, bensì, essere dei genitori sufficientemente buoni, appare un’arte intenzionale.
Il sostegno, quindi, ha senso per imparare ad amare i propri figli, ricercare le energie e le risorse per risolvere i problemi che tale legame comporta, per inventare nuove modalità relazionali nell’educazione. Le difficoltà che si incontrano nel rapporto genitori-figli spesso vengono vissute come un fallimento mentre è a partire da esse, che i genitori, in quanto adulti, possono assumersi la responsabilità di scoprire le risorse e le strategie personali per fare di un tale rapporto d’amore una relazione sufficientemente buona, una relazione in cui le varie parti coinvolte abbiano lo spazio per essere; è solo assumendosi la responsabilità delle proprie azioni che un genitore può lasciare al figlio lo spazio e il tempo di sperimentare se stesso e diventare un adulto consapevole e responsabile.
Etimologicamente il termine figlio indica “il generato” ma neanche questo appare sufficiente per descrivere tale relazione.
E allora il lavoro che ci accingiamo a compiere può essere quello di dare un senso e una direzione all’esperienza genitori-figli, facendo di quel trattino la propria forza e considerando quella distanza lo spazio necessario per abitare questo incontro.
È sulla base delle proprie esperienze, della propria storia familiare, della relazione di coppia, della propria condizione esistenziale che gli esseri umani mettono in scena un modo (tra infiniti) di essere genitori. La venuta di un figlio catapulta l’adulto nel ruolo di “genitore”, ma tale relazione, benché il senso comune paia dire il contrario, non risulta essere una dote innata e geneticamente tramandata, bensì, essere dei genitori sufficientemente buoni, appare un’arte intenzionale.
Il sostegno, quindi, ha senso per imparare ad amare i propri figli, ricercare le energie e le risorse per risolvere i problemi che tale legame comporta, per inventare nuove modalità relazionali nell’educazione. Le difficoltà che si incontrano nel rapporto genitori-figli spesso vengono vissute come un fallimento mentre è a partire da esse, che i genitori, in quanto adulti, possono assumersi la responsabilità di scoprire le risorse e le strategie personali per fare di un tale rapporto d’amore una relazione sufficientemente buona, una relazione in cui le varie parti coinvolte abbiano lo spazio per essere; è solo assumendosi la responsabilità delle proprie azioni che un genitore può lasciare al figlio lo spazio e il tempo di sperimentare se stesso e diventare un adulto consapevole e responsabile.
Etimologicamente il termine figlio indica “il generato” ma neanche questo appare sufficiente per descrivere tale relazione.
E allora il lavoro che ci accingiamo a compiere può essere quello di dare un senso e una direzione all’esperienza genitori-figli, facendo di quel trattino la propria forza e considerando quella distanza lo spazio necessario per abitare questo incontro.