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...Il paziente non viene a ricordare sé stesso con un semplice rimescolamento delle carte; egli, piuttosto, "scopre e fa" sé stesso...F. Perls "La terapia della Gestalt",1951

25 novembre 2008

psicoterapia della gestalt

Il verbo gestalten significa “mettere in forma” o “dare una struttura significante” e il suo risultato, la Gestalt appunto, è dunque una forma strutturata, completa e dotata di un senso.

La psicoterapia della Gestalt ha le sue radici nella fenomenologia e nell’esistenzialismo che, insieme alla psicoanalisi hanno ispirato il suo fondatore Fritz Perls.

La Gestalt sottolinea che il tutto è differente dalla somma delle sue parti e perciò la terapia della Gestalt assume che per comprendere un comportamento è importante, oltre che analizzarlo, averne una visione di sintesi, ovvero cercare di percepirlo nell’insieme del contesto globale (visione olistica).Le ricerche della psicologia della gestalt in particolare, dimostrarono che ogni individuo è costantemente bombardato da una serie di stimoli, ma il sistema percettivo ne seleziona solo alcuni e li organizza in strutture significative, o gestalt.

In termini psicologici questo significa che come individui percepiamo noi stessi e il mondo, come il risultato di un insieme di stimoli selezionati dal nostro sistema percettivo, che costruisce una figura definita rispetto ad uno sfondo indifferenziato; gli stimoli quindi non vengono percepiti in modo disgiunto gli uni dagli altri, ma vengono ordinati in una unità che risponde al bisogno umano di costruire significati sulla base dell’esperienza percettiva dell’ambiente.

Isolare alcuni elementi di un sistema e attribuir loro un significato costituisce pertanto un processo di osservazione interpretativa parziale, che non tiene conto dell’interazione esistente tra i vari elementi e tra l’individuo e l’ambiente.

In questo senso l’osservazione fenomenologica è invece un atteggiamento che prescinde dall’interpretare i significati dei singoli elementi, preferendo una descrizione accurata dell’insieme nella sua forma presente ed attuale; l’emergere del significato al termine dell’osservazione, come risultato dell’insieme degli elementi, è ben più della semplice somma delle parti dell’intero sistema, ed è questo, in breve, il legame tra la terapia della Gestalt, la teoria del campo e le correnti filosofiche esistenziali e fenomenologiche europee del secolo scorso.

Fritz Perls sviluppò questi concetti e ebbe il merito di applicarli alla terapia, nei termini in cui il cliente ha bisogno di sperimentare l’ambiente per costruire i suoi significati; la terapia consiste quindi nell’analisi della struttura interna dell’esperienza reale al fine di accrescere la consapevolezza di questo processo.

Nel testo che segna l’esordio della psicoterapia della Gestalt troviamo scritto:
” …operando sull’unità e sulla mancanza di unità di questa struttura dell’esperienza qui e ora, ci sarà possibile ricostruire i rapporti dinamici tra figura e sfondo, fino a quando il contatto non diverrà più intenso, la consapevolezza più luminosa e il comportamento più energico. La cosa più importante da stabilire è il fatto che una gestalt forte è essa stessa la cura del momento e che la figura del contatto non è segno dell’esperienza, bensì essa stessa l’integrazione dell’esperienza”.

Ciò che caratterizza questo modello è l’approccio ateoretico alla conoscenza del mondo psichico. La PdG si discosta completamente dal modello medico, non è un “trattamento” per curare sintomi o malattie del cliente; piuttosto è un percorso esperienziale intrapreso insieme da terapeuta e cliente; un percorso che va dal sostegno all’auto-sostegno e all’assunzione di respons-abilità (capacità di rispondere) per la propria vita. Aiutare il cliente a scegliere ciò che è meglio per lui, accettando di non sapere alcuna verità assoluta su come si debba vivere.

La terapia della Gestalt lavora sul qui ed ora,
e' la terapia del contatto emotivo;
si rivolge a tutti coloro che ricercano una migliore espansione del proprio potenziale latente, non un semplice star meglio,
ma un "essere di piu'",
a coloro che ricercano una migliore qualita' della vita...
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20 novembre 2008

Psicoterapia della gestalt con adolescenti

Gli adolescenti/studenti (termini a volte sovrapposti) vivono una condizione che si può definire di “sottomissione” all’interno della società poiché organizzata in modo che gli stessi vengano tirati fuori da numerosi contesti decisionali. Nello specifico la scuola, istituzione che maggiormente li rappresenta, sembra purtroppo non adeguarsi alle conquiste fatte sul piano delle ricerche. Essa perpetua delle modalità organizzative che facilitano un disagio a cui si potrebbe porre rimedio principalmente modificando l’assetto organizzativo, ridistribuendo le competenze, le responsabilità, favorendo il confronto tra le parti interessante, garantendo uno spazio di contrattazione, ponendo l’attenzione sugli aspetti emozionali e modificando gli strumenti di valutazione e i criteri di merito.Sia nelle scuole, che all’interno del sistema societario in genere, i ragazzi vivono l’esperienza della restrizione, non percepiscono l’istituzione scolastica o i luoghi di socialità adulte, come un luoghi adatti alle loro esigenze e sentono che non c’è spazio per tutto il loro essere. La scuola, nello specifico, richiede loro di indossare i soli panni dello studente e di lasciare fuori la vita emotiva e questa scissione provoca disagio e malessere.
I preadolescenti e gli adolescenti portano con loro un forte bisogno, quello di sentirsi autonomi, sottolineando l’importanza del “riconoscimento” da parte degli adulti su tutti i piani, non solo quello delle prestazioni. I ragazzi e le ragazze cercano delle relazioni in cui potersi sentire accettati e non subordinati.
L’esito dell’incontro-scontro tra gli adolescenti e la cultura degli “adulti” può essere di due tipi: o gli adolescenti dimostrano di aver appreso valori comportamenti richiesti, oppure dimostrano di fare resistenza, e in questo caso vengono considerati ragazzi difficili, casi devianti ecc..
All’interno di questo contesto gli adolescenti vivono un disagio al quale saprebbero dare forma se avessero uno spazio in cui veramente poter esprimere i propri bisogni e sentissero di avere un potere decisionale. La famiglia, la scuola e i luoghi di socializzazione con adulti sono spesso sistemi che si autoperpetuano, che efficacemente sovvertono l’autonomia personale e mettendo al suo posto la conformità e l’introiezione.
Gli adolescenti pertanto devono godere di un sostegno che li supporti verso il bisogno di all’autonomia a cui tendono; la tradizione terapeutica Gestaltica è un approccio che ha proprio l’obiettivo di facilitare questo processo data la concentrazione che essa pone all’aspetto concreto della volontà personale, all’intenzionalità; con parole di A.R. Ravenna, “Il comportamento umano è un evento intenzionale finalizzato, che si svolge all’interno di un continuum, ed è proprio questo implicito teorico che caratterizzata la psicoterapia della Gestalt”.
Dall’esperienza di prendere contatto con quello che c’è nel presente, delle emozioni nel qui ed ora (cosa sento), dall’esperienza di rendersi conto delle proprie intenzioni (cosa voglio), la persona è facilitata ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni (cosa faccio) e a valutare, in termini emozionali (e non morale legato ad una valutazione che scaturisce da un astratto e deresponsabilizzante mondo delle idee ), che effetto gli fa l’azione (cosa provo dopo aver fatto esperienza), cioè gli è chiesto di arrendersi a volere qualcosa da se stessi, e a dare forma (fare esperienza) ad una interazione in direzione del desiderio espresso. Questo è ciò che rende la Psicoterapia della Gestalt un approccio in direzione dell’autonomia perché basato sull’assunzione di responsabilità del proprio essere nel mondo.
Parafrasando P. Quattrini, in sintesi, si solleva una riflessione sul rapporto tra psicoterapeuta e paziente (in questo caso adolescente), sulla gestione gerarchica del rapporto, gestione dell’autorità. Come psicoterapeuti/adulti dobbiamo scegliere se aderire all’idea di possedere una autorità di diritto (un potere riconosciuto dall’alto) o una autorità delegata dal paziente. Tale scelta è una scelta politica. C’è da scegliere tra una autorità monarchica o democratica, la seconda non essendo una forma di interazione naturale va sostenuta con un grosso apporto di responsabilità personale. Come dice Quattrini la relazione psicoterapeutica richiede una proiezione, un transfert, “un trasferimento di una autorità conosciuta altrove”, affinché il paziente possa dare credibilità ad uno “sconosciuto”, ma questo necessita di un accordo sul piano del tipo di autorità che vogliamo mettere in gioco. È essenziale, affinché il paziente possa intraprendere un percorso verso l’autonomia, che il terapeuta non si assuma un ruolo di autorità monarchica, benché sia la forma che spesso gli viene attribuita ed è in questo che la Gestalt fornisce un grande esempio di democraticità, conditio sine qua non affinché il nostro lavoro sia veramente al servizio della “liberazione” delle persone.
È importante come psicologi/adulti riuscire a porci, non solo come facilitatori e guida sul piano cognitivo, ma soprattutto come facilitatori sul piano relazionale e affettivo: come figura di identificazione positiva (adulto di cui si ha stima e di cui ci si fida) che possa contribuire a ridurre e a contenere i sensi di colpa con i quali gli adolescenti, più o meno consapevolmente, affrontano l’inizio della separazione dalle figure genitoriali (processo inevitabile e necessario per crescere ma che comporta sempre dei prezzi sul piano affettivo), a esprime le proprie emozioni così da canalizzarle in direzioni funzionali al percorso “dall’adolescenza all’intenzionalità”.
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la valutazione scolastica: dall'insuccesso alla responsabilità

Dallo scopo del voto, nasce il meccanismo che mantiene in vita nel giovane il bisogno di affiliazione, di dipendenza, di approvazione da parte dell’adulto, con l’abitudine al comportamento di sottomissione all’opinione del gruppo ed in particolare dell’insegnante, e cioè di costante e indiscutibile conformismo. In un certo senso ciò è pedagogicamente valido: in effetti questi comportamenti, frutto dell’identificazione con l’adulto fonte d’autorità o determinati dall’aspettativa della ricompensa, richiedono e stabiliscono una coerenza nella personalità in termini di necessario autocontrollo e sotto certi aspetti di presa di responsabilità.Parlando di voto è necessario parlare dell’evento precedente il voto, l’esame. La situazione esame può per molti giovani diventare momento carico d’ansia. Stein (in Meazzini P., 1996) ha messo a punto un modello per quanto riguarda i fattori che contribuiscono alla paura d’esame. Se l’insuccesso è solo uno dei tanti eventi che si verificano nella vita di una persona allora il fallimento potrà essere anche costruttivo, ma se l’insuccesso è considerato una sentenza definitiva sulle proprie qualità e sui propri meriti allora sarà distruttivo, si perderanno realmente fiducia nelle varie possibilità di far fronte a situazione di questo tipo e molto spesso si cercherà di giustificare l’insuccesso attribuendone ad altri le cause (Meazzini P., 1996).
In un sistema basato sulla valutazione, quale è la scuola, è molto diffuso che i ragazzi parlino, nello spazio di ascolto, della paura dell’esame o delle valutazioni in genere. Spesso l’insuccesso viene attribuito ad altri ma più spesso accade che non sentano di possedere delle capacità o mostrano poca fiducia nella loro tolleranza alla paura. Come sostenerli in una situazione in cui sono sottoposti a così tanta ansia?. Nonostante l’esame rappresenti una situazione ansiogena, dato lo scopo di valutare le competenze, i ragazzi si accostano allo psicologo aspettandosi un consiglio risolutivo. La richiesta che gli adolescenti pongono è di essere liberati dall’ansia (paura) e con grande insoddisfazione accettano il fatto che la paura non può essere eliminata. Quando questo viene scoperto immagino di ricevere un brutto voto da parte loro; primi fra tutti noi psicologi dobbiamo convivere con la valutazione. È evidente che una paura spropositata merita una indagine più approfondita ma in media si può aiutare lo studente a passare dal sostegno all’autosostegno anche in uno spazio ridotto quale è lo sportello di ascolto. In questo senso risulta molto efficace far si che le persone che vivono ansia/paura per una prestazione trovino da sé un modo per sostenersi e auto-rassicurarsi in quei momenti. Come psicoterapeuta della Gestalt posso solo aiutare il paziente ad aiutarsi. È chiaro che sarebbe molto interessante riuscire a creare delle condizioni per cui gli studenti possano svincolarsi da dinamiche di valutazione su una logica approvazione-disapprovazione ma possiamo come psicologi favorire un processo di scambio in cui tale logica non venga riproposta. Il cambio di rotta che si propone in questo senso è basato sull’attenzione posta al sentire, alle emozioni che esulano da giudizi buono/cattivo, sufficiente/insufficiente. L’attenzione al sentire e la ricerca di una soluzione autentica e creativa aprono le porte a soluzioni che lo studente/adolescente non aveva preso in considerazione. La risposta creativa ad un problema è possibile solo avendo indagato i bisogni che emergono, avendo preso in considerazione il connotato emozionale e avendo “inventato” un agito (emozionale/comportamentale) che ci soddisfi in direzione del nostro “volere”. Se si esce dalla dinamica di sottomissione e si assume la responsabilità delle proprie azioni, allora il voto può essere ridimensionato ad una mera valutazione di prestazioni specifiche e non un giudizio definitivo dell’intera esistenza.
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10 novembre 2008

Le regole, la scuola e il counselling scolastico

Mentre alla routine viene riconosciuta la funzione stabilizzante e rassicurante alle regole è riconosciuta la funzione di contenimento, di orientamento e guida all’esecuzione dei comportamenti, ma esse sono anche espressioni di definizioni condivise della realtà. Il rischio insito nel chiedere di rispettare le regole che non hanno alcun senso agli occhi di un minore è che non introiettano né le regole, né il principio generale della necessità di conformarsi a parametri d’azione o definizioni condivise di comportamento appropriato alle situazioni. Ma il rischio peggiore è quello che un minore accetti la regola pur non introiettandola perché non ritenuta sensata e questo produce soggetti disponibili ad ulteriori manipolazioni.
Le regole devono essere sensate agli occhi di un minore e questo si ottiene innanzi tutto negoziando col minore quelle stesse regole, prevedendo margini di flessibilità e possibilità di trasgressione, in secondo luogo le regole devono tradursi in un tangibile miglioramento della qualità di vita.
Questo è per noi un grande implicito, infatti, nonostante vi siano delle regole già definite a priori da noi psicologici (stanza, orario, durata) ci troviamo a concordare le regole con il nostro paziente.
Molti studenti lamentano la rigidità delle regole scolastiche e si presentano spesso nello spazio di ascolto con l’obiettivo di denigrarle e basta. Nonostante alcune regole vadano accettate come sono, trovo che gli studenti siano quasi rassegnati alla loro condizione. Ponendo l’attenzione su cosa possono fare loro per modificare le regole i ragazzi sembrano trovarsi in una situazione nuova, quasi non fossero più abituati a pattuire. Pattuire delle regole richiede un senso di responsabilità che i giovani sembrano avere. Come psicologa nello spazio di ascolto detto delle regole che non sono negoziabili ma gran parte del mio lavoro con i ragazzi è fatto di negoziazione. I ragazzi arrivano con un mondo di regole esplicite ed implicite che danno per scontate e che sentono di non poter modificare. Modificare una regola corrisponde molte volte all’eliminazione della stessa e non intravedono la possibilità, né dell’eventuale utilità, né la possibilità di negoziare. Questo atteggiamento di arresa verso le regole si mostra con una sorta di arresa al cambiamento e rassegnazione che si diffonde ed esclude la possibilità di trovare dei modi per migliorare. Non di rado i ragazzi mostrano una grande difficoltà a immaginare delle alternative. Questo atteggiamento rinunciatario sembra essere molto diffuso e più preoccupante. Anche nei casi in cui la regola può essere negoziabile i ragazzi mostrano difficoltà a mediare e come soluzione intravedono solo l’eliminazione della stessa. Negoziare significa dover esprimere il proprio punto di vista, esprimere i propri bisogni e valutare le conseguenze delle proprie azioni. Fungere da facilitatori in questo processo di contrattazione fa scoprire ai ragazzi che si può dar voce al proprio punto di vista e non li abitua alla sottomissione e al conformismo. Non entrando nel merito delle regole interne degli adolescenti, che appaiono molto più rigide di quelle scolastiche, preme sottolineare che per assumersi un ruolo adulto appare necessario imparare a far dialogare le varie parti di sé, o le parti in causa, al fine di tentare di fondare delle regole che diano dignità a tutti i partecipanti.
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02 novembre 2008

Motivazione e rendimento scolastico

Molti studenti si accostano allo spazio di ascolto cercando di recuperare quella motivazione che sentono di aver perso durante la loro carriera scolastica. I ragazzi che durante la loro carriera sono stati sottoposti a insuccessi scolastici ed hanno perso tale motivazione allo studio si costruiscono una teoria secondo la quale esiste un rimedio magico per farla rinascere. Il cambio di prospettiva che si propone con la terapia gestaltica è rinunciare alla spontaneità. Molti ragazzi sono convinti che un buon rendimento scolastico sia proporzionato al piacere di studiare. Rinunciare alla spontaneità significa pagare il prezzo e la fatica per ciò che è buono e utile per noi. Rinunciare alla spontaneità significa addestrare le persone a smettere di immaginare che ciò che è buono per noi ci viene regalato o attribuito per nascita ma al contrario che ciò che ci viene spontaneo fare è la nostra compulsione e che è necessario assumersi l’onere di impegnarsi e pagare il prezzo per raggiungere i nostri fini, che in questo può significare studiare senza voglia per ottenere un diploma che sarà utile per la carriera lavorativa a cui aspirano o immaginare “creativamente” altri modi per raggiungere i loro obiettivi . Quello che in questa sede si intende per autonomia è, a partire dal sentire, pensare, scegliere e agire in modo più autentico e razionale, quello che si propone come cambio di prospettiva è valutare in maniera autoriflessiva sulle conseguenze del proprio agire in relazione alla propria volontà di perseguire un obiettivo. Questo processo passa per u’assunzione di responsabilità e autonomia di scegliere quali obiettivi raggiungere e scelta delle modalità personali attraverso le quali raggiungerla. La razionalità che si propone è una scelta tra alternative autentiche (e non spontanee) della persona e questo presuppone una piena coscienza delle cause fino a quel momento non chiaramente conosciute. Le possibilità che ci si aprono davanti sono sempre limitate dalla nostra lingua, appartenenza culturale, circostante sociali, storia ecc. ma è essenziale rendersi conto che il processo di scelta, di autocoscienza parte sempre da un dato materiale.
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