Una delle tematiche maggiormente ricorrente è la questione dei nodi affettivi in gioco nella relazione educativa, è questo, infatti, il presupposto di quella autorevolezza richiesta ad ogni adulto che voglia rapportarsi in un rapporto “sufficientemente buono” con l’adolescente a lui affidato. Gli studenti lamentano spesso l’assenza di un atteggiamento di negoziazione, da parte degli educatori, una costruzione di una disposizione mentale orientata ad accettare il confronto con le reciproche richieste di riconoscimento e di apprezzamento. Nel corso della loro carriera scolastica gli studenti tendono a mettere a dura prova gli adulti a cui sono affidati. I duri attacchi che vengono inferti dai giovani, non in quanto buoni o cattivi, ma in funzione dell’ambivalenza connessa ai compiti evolutivi di separazione e differenziazione che sono propri di questa fase del ciclo della vita non sono spesso riconosciuti e contenuti.
Come psicologi siamo in quel momento degli adulti investiti di una autorità che si trovano di fronte ad un adolescente che lamenta una relazione basata su qualcosa che loro chiamano “brutto rapporto” con un altro adulto; questo “brutto rapporto”è qualcosa che assomiglia a: “non mi ascolta”, “decide per me”. In media i ragazzi richiedono di cambiare l’altro, chiedendo implicitamente che gli venga detto cosa fare. Questa domanda rappresenta un paradosso relazionale, cioè: ci chiedono di assumerci un’autorità (decidere per loro e modificare altri diversi da loro) per risolvere un problema legato all’autorità.
Come possiamo integrare la condizione sociale dell’adolescente con un intervento psicologico che permetta di favorirne l’autonomia? Questa è la domanda che mi pongo.
Considerando l’ovvio, cioè che è naturale che esistano rapporti gerarchici, mi trovo a fare una netta distinzione fra autorevolezza e autorità che nella prassi gestaltica si traduce per primo a non cadere nell’errore di assumermi un potere che mi viene affidato e che non ho (decidere per lui) e secondo nell’aiutare l’altro a rendersi conto che non ha il potere di cambiare e decidere per l’altro, bensì, che ha il potere di scegliere, all’interno di limiti, cosa fare della sua esperienza.
Questo cambio di prospettiva, sullo scegliere cosa fare, alimenta un senso di potere personale che, a mio modo di vedere, è funzionale al senso di autonomia che l’adolescente ricerca e che ha diritto ad avere sul piano dell’espressione delle idee, dei bisogni. Inoltre, aggiungo, che far riappropriare le persone della propria autorevolezza e non autorità assume un valore educativo che se esteso crea le basi per un mondo più “giusto” e democratico.
Come psicologi siamo in quel momento degli adulti investiti di una autorità che si trovano di fronte ad un adolescente che lamenta una relazione basata su qualcosa che loro chiamano “brutto rapporto” con un altro adulto; questo “brutto rapporto”è qualcosa che assomiglia a: “non mi ascolta”, “decide per me”. In media i ragazzi richiedono di cambiare l’altro, chiedendo implicitamente che gli venga detto cosa fare. Questa domanda rappresenta un paradosso relazionale, cioè: ci chiedono di assumerci un’autorità (decidere per loro e modificare altri diversi da loro) per risolvere un problema legato all’autorità.
Come possiamo integrare la condizione sociale dell’adolescente con un intervento psicologico che permetta di favorirne l’autonomia? Questa è la domanda che mi pongo.
Considerando l’ovvio, cioè che è naturale che esistano rapporti gerarchici, mi trovo a fare una netta distinzione fra autorevolezza e autorità che nella prassi gestaltica si traduce per primo a non cadere nell’errore di assumermi un potere che mi viene affidato e che non ho (decidere per lui) e secondo nell’aiutare l’altro a rendersi conto che non ha il potere di cambiare e decidere per l’altro, bensì, che ha il potere di scegliere, all’interno di limiti, cosa fare della sua esperienza.
Questo cambio di prospettiva, sullo scegliere cosa fare, alimenta un senso di potere personale che, a mio modo di vedere, è funzionale al senso di autonomia che l’adolescente ricerca e che ha diritto ad avere sul piano dell’espressione delle idee, dei bisogni. Inoltre, aggiungo, che far riappropriare le persone della propria autorevolezza e non autorità assume un valore educativo che se esteso crea le basi per un mondo più “giusto” e democratico.