Tematica spesso centrale nei colloqui è, quindi, la relazione con la propria famiglia di origine, che spesso viene a costituirsi come elemento di influenza rispetto al vissuto e l’andamento scolastico. La prerogativa dello spazio di ascolto è che, nonostante le famiglie siano a conoscenza del servizio, non sanno se il figlio/a ne faranno uso, a meno che non siano gli stessi a comunicarglielo. È chiaro che il genitore, in qualità di tutore, ha il diritto di avere informazioni nei limiti del segreto professionale e dei doveri dello psicologo in relazione alla legge, ma è significativo che nella maggior parte dei casi gli incontri non vengono “contaminati” dalla presenza dei genitori. Perché risulta efficace un intervento gestaltico individuale? È preferibile un intervento sistemico famigliare? Risulta molto delicato valutare quando un intervento individuale sia più funzionale di un intervento familiare ma è certo che, esclusi i casi di abusi fisici o psicologici gravi, un intervento individuale di tipo gestaltico agevoli la comunicazione fra le varie parti di sé. Dare dignità ad ogni parte di sé crea le basi per una comunicazione più efficace anche all’interno della famiglia.
Mi pare interessante considerare che, essendo l’approccio gestaltico, fondato sull’intenzionalità, costringe gli adolescenti a indossare i panni di una persona autonoma, chiaramente all’interno di un contesto di dipendenza. Scoprire di avere un ampio margine di scelta e impegnarsi nell’inventare delle nuove possibilità d’azione permette allo studente/figlio di sperimentare una forma di emancipazione. A volte il potere personale con cui si confrontano apre le porte ad un vissuto spiacevole poiché li mette nella condizione di assumersi delle responsabilità che preferiscono addossare alla famiglia, quando le persone sono state educate alla dipendenza, l’autonomia è un peso e il processo per raggiungerla è particolarmente angosciante. Come psicologi risulta molto spinosa lavorare sul processo di emancipazione dalla famiglia di origine poiché è necessario considerare che gli adolescenti sono strettamente dipendenti oltre che sul piano affettivo anche sul piano pratico e mi sembra utile sottolineare che un approccio gestaltico favorisce una assunzione di responsabilità all’interno di un contesto di dipendenza.
Come psicoterapeuti fungiamo da figure genitoriali ed è essenziale permettere allo studente/figlio di sperimentare un “genitore” non giudicante o castrante e questo è reso possibile dalla visione del mondo di cui è portatrice che non essendo di tipo causalistico non incappa in interpretazioni stigmatizzanti e deresponsabilizzanti bensì attraverso l’empatia e l’epoquè innesca un processo di “liberazione” da fattori vissuti come determinanti e riattiva la consapevolezza di essere artefici della propria storia.
Mi pare interessante considerare che, essendo l’approccio gestaltico, fondato sull’intenzionalità, costringe gli adolescenti a indossare i panni di una persona autonoma, chiaramente all’interno di un contesto di dipendenza. Scoprire di avere un ampio margine di scelta e impegnarsi nell’inventare delle nuove possibilità d’azione permette allo studente/figlio di sperimentare una forma di emancipazione. A volte il potere personale con cui si confrontano apre le porte ad un vissuto spiacevole poiché li mette nella condizione di assumersi delle responsabilità che preferiscono addossare alla famiglia, quando le persone sono state educate alla dipendenza, l’autonomia è un peso e il processo per raggiungerla è particolarmente angosciante. Come psicologi risulta molto spinosa lavorare sul processo di emancipazione dalla famiglia di origine poiché è necessario considerare che gli adolescenti sono strettamente dipendenti oltre che sul piano affettivo anche sul piano pratico e mi sembra utile sottolineare che un approccio gestaltico favorisce una assunzione di responsabilità all’interno di un contesto di dipendenza.
Come psicoterapeuti fungiamo da figure genitoriali ed è essenziale permettere allo studente/figlio di sperimentare un “genitore” non giudicante o castrante e questo è reso possibile dalla visione del mondo di cui è portatrice che non essendo di tipo causalistico non incappa in interpretazioni stigmatizzanti e deresponsabilizzanti bensì attraverso l’empatia e l’epoquè innesca un processo di “liberazione” da fattori vissuti come determinanti e riattiva la consapevolezza di essere artefici della propria storia.